L’uomo che metteva in ordine il mondo

Ho finito L’Uomo Che Metteva In Ordine Il Mondo sulla spiaggia di Porto Pollo. Che è un posto che si chiama così anche se non c’è un porto. O comunque io non l’ho visto. Windsurfisti e kitesurfisti invece ce ne sono parecchi. Quelli li ho visti e con grande amarezza ho constatato che sono tanto belli quanto giovani, troppo giovani. Con i capelli lunghi ingarbugliati, i costumi sotto il ginocchio, i piedi nudi anche dopo il tramonto, le pelli scure e qualche tatuaggio a caso, di cui forse tra una decina di anni si pentiranno o forse no. 

Tutto ciò per dire che, se in una spiaggia popolata da cotanta bellezza, ho finito un libro in tre giorni, significa che è davvero bello. 

Trama veloce e no spoiler: Ove è un uomo di mezza età, diciamo mezza più un po’, che si vuole suicidare. Non che sia depresso: semplicemente, crede di non avere motivi per stare al mondo, da quando la moglie è morta ed è stato mandato in pensione anticipata. 

Volersi suicidare non significa peró riuscirci, se prima di andartene vuoi lasciare tutto in perfetto ordine. E credere di non avere motivi per stare al mondo non significa che davvero non ce ne siano, specie se arrivano dei nuovi vicini che intravedono in te qualcosa di speciale e iniziano a invadere la tua ostinata privacy. 

Perché nonostante Ove sia scorbutico, algido, silenzioso, maniaco del controllo, metodico fino all’esasperazione, nonostante Ove sia in sostanza uno scassaminchia di quelli che ti auguri di non avere mai come vicino di casa, o anche solo di ombrellone, ecco, di Ove non ci si può non innamorare. 

A patto che ci si prenda il tempo per conoscerlo. Per seguirlo nella sua vita che, tra rocamboleschi e fallimentari piani di suicidio, va avanti. Per ricostruire il suo passato che, a poco a poco, prende forma. 

Ed è in questo ping pong temporale, guardando un po’ avanti e un po’ indietro, che si ride – molto – e si piange – teneramente. 

È mentre ci si affeziona a Ove che ci si ricorda quanto siano complicate ed eccezionali le relazioni umane. Quanto possano essere sorprendenti. Quanto abbiano bisogno, per loro stessa natura, di due interlocutori: uno che si prenda il rischio di mostrare qualcosa di sé e un altro che quel qualcosa lo veda. Quanto siano davvero un meraviglioso, folle, complicato, eccezionale motivo per decidere che anche oggi è un ottimo giorno per scegliere di stare al mondo. 

Io sono pronta

Le vacanze cominciano quando inizi a desiderarle così tanto da non poterne fare a meno. Quando non pensi ad altro. Quando chiudi gli occhi e ti immagini tutto, e te lo senti, che sarà bellissimo, no, non bellissimo, perfetto. Perché è ciò che ti meriti. 

Succede così, con le vacanze. E con l’amore. 

Due cose che in un modo o nell’altro ti cambiano la vita. 

E a volte, quando finalmente le vivi davvero, son proprio come le avevi immaginate. 

Altre volte no, son diverse, sono ancora meglio. 

A volte arrivi dove volevi arrivare e capisci che è stata una cazzata, ti chiedi Ma chi me l’ha fatto fare? Che ci hai speso un sacco – di soldi, di impegno – e non ne valeva la pena. 

A volte ti fai convincere a partire senza particolare entusiasmo e si rivelano avventure indimenticabili. 

A volte durano tanto, a volte durano poco.

A volte finisci più stanco di quando sei partito e pensi che te ne servirebbe un’altra, di vacanza, un altro, di amore, per riprenderti. 

A volte sei stravolto, ma ne è valsa la pena.

A volte finalmente parti e hai la sensazione di aver dimenticato qualcosa a casa – lo spazzolino, la dignità – e allora sai che è necessario fare una pausa, fermarti, recuperare ciò che manca perché è fondamentale. 

A volte vai sul sicuro, a volte ti fai incantare da esperienze distanti da ciò che conosci. 

A volte trovi la meta dei tuoi sogni ma è al completo, e allora puoi cambiare piani o sperare che succeda un piccolo miracolo e si liberi. 

A volte son voli diretti, a volte è un puzzle di coincidenze. E se le incastri tutte ok, se ne perdi una addio. 

A volte trovi delle super offerte, ma un po’ ti puzza, senti odore di fregatura. 

A volte è proprio una fregatura, ma lo scopri solo quando sei arrivato a destinazione. 

A volte ci vuole tempo, solo tempo, per capire che comunque è stato giusto così. 
Che non c’è una vacanza, che non c’è un amore, che sia stato inutile. Che non ti abbia fatto vedere qualcosa di nuovo. Che non ti abbia fatto scoprire qualcosa di te che non conoscevi. Che non ti abbia portato lontano. 

Io sono pronta. 

Buone vacanze e buon amore a tutti. 

La più amata


La più amata è arrivata seconda allo Strega. La davano per vincente, poi no, poi sì, poi no, poi non ha vinto. 

La davano per vincente quelli a cui il libro è piaciuto; hanno esultato per il suo secondo posto quelli che già settimane fa si chiedevano come potesse essere stata inserita tra i 12 finalisti, come fosse riuscita a rientrare addirittura nella cinquina, Ma dove sta andando la letteratura?, Ma questa è letteratura?, Ma questa è una pazza egocentrica!, O tempora, o mores. 

Perché La più amata è un libro particolare. Tecnicamente, ma l’ho scoperto leggendo un po’ di critica online, un libro di autofiction. 
Teresa Ciabatti fa l’opposto di ciò che han fatto le scrittriciblogger di cui ho parlato qui: dichiara apertamente che sta scrivendo la sua vita, ma poi lo fa in modo infedele, cioè fedele ma non troppo. Questione di ricordi che si accavallano, di fonti lacunose, oppure di scelta (probabilmente di scelta, sì). Fatto sta che il risultato è un’autobiografia che non è un’autobiografia. Un’autofiction, appunto. 

Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni, e a ventisei dalla sua morte decido di sapere chi fosse davvero mio padre. Diventa la mia ossessione. Non ci dormo la notte, allontano amici e parenti, mi occupo solo di questo: indagare, ricordare, collegare. A quarantaquattro anni do la colpa a mio padre per quello che sono. Anaffettiva, discontinua, egoista, diffidente, ossessionata dal passato. 

Ma questa è una pazza egocentrica, una mitomane. Una che a quarantaquattro anni (ormai quarantacinque) ancora vuol dare ad altri la colpa di quell’essere superficiale e irrisolto che è. 
A leggere alcune recensioni su Teresa Ciabatti, sembra di vedere gli hater su Facebook. Una cattiveria che, boh, ma veramente? Non sarebbe bastato un Non mi è piaciuto?

Il suo tentativo di scoprire e condividere chi fosse il padre – il Professore, primario chirurgo a Orbetello, uno degli uomini più facoltosi di Grosseto, amico di Lucio Gelli (forse), con conoscenze importanti nel panorama politico italiano degli Anni ’70-’80, una villa del valore di sei miliardi per le vacanze, lingotti d’oro nel cassetto, uno stuolo di praticanti in eterna adorazione, burattinaio delle vite di tutti, perché era ricco, potente, influente, ricco, ricco, ricco – è stato interpretato come un atto inutile, piuttosto irrispettoso, decisamente autocelebrativo, a tratti megalomane, sicuramente infantile. E comunque venuto male. 
In questo tentativo, io non ci vedo nulla di sbagliato. Convinta come sono che noi donne abbiamo un rapporto indissolubile con i nostri padri. Siamo ciò che loro hanno creato, non solo biologicamente. Prendiamo da loro le coordinate sull’amore. Impariamo a costruirlo a partire da come ce l’hanno mostrato, procediamo per similitudine o per contrasto, difficilmente riusciamo a inventarci un nuovo modo di amare, che non sia una replica di quello che abbiamo visto o un rabbioso tentativo di non fare gli stessi errori. 

Certo, si cresce. Certo, è facile nascondersi dietro le colpe altrui. Certo, si sceglie di essere felici. Certo, volendo c’è l’analisi. Certo, qualcuna ce la fa. 

Ma qualcuna no. 

Compulsiva negli innamoramenti non corrisposti. Paolo, Luigi, Guido, Andrea, Stefano, Giorgio. E poi: Matteo, Roberto, Enrico, Luca, Mario, Filippo. Anche questo colpa del padre, autoritario, gelido, assente, maledetta figura paterna, padre dispotico, minaccioso, vendicativo, dannata figura paterna, a tratti tenero, premuroso, attento. Se non si ripetessero identiche, potrei elencare tutte le situazioni umilianti in cui mi sono trovata col genere maschile, in cui mi sono buttata quasi cercando dolore. 

Ciao, Teresa Ciabatti. Ti voglio bene, Teresa Ciabatti. E ho voluto bene al tuo romanzo. Che non ha un movimento regolare, che va avanti e indietro come i ricordi san fare, che si intreccia, che urla, che fa scenate, che ha la voce di una bambina, di un’adolescente, di una donna. 
Hai pure distrutto la grammatica e la sintassi, Teresa Ciabatti. Ho letto un po’ di insulti anche su questo. Ma una che fa a pezzi la sua vita, vuoi che non faccia a pezzi virgole e maiuscole? A me sembra coerente. Grazie per la tua coerenza, Teresa Ciabatti. 

Tu per me, allo Strega, eri la migliore. 

Chi è migliore? Colui che sopravvive al dolore, e io lo sono, io sono qui, sopravvissuta al buio del passato (era così buio?), al gorgo di un’infanzia infelice (ma poi, era così infelice? Sii onesta, Teresa Ciabatti…). Io sono una sopravvissuta, e voi no. 

Fai uno squillo quando arrivi

Tutte le donne leggono il blog Memorie di una Vagina, almeno saltuariamente. Quelle che non lo fanno, probabilmente non lo conoscono.
È difficile non ritrovarsi, in quel suo modo di parlare di relazioni, di uomini, di donne, di sesso, dell’essere trentenni, poco meno, o poco più.

Scrive da anni e lo fa davvero bene. E qualche settimana fa ha pubblicato il suo primo romanzo, edito Rizzoli.

FUSQA

Sono andata alla presentazione in Feltrinelli, per la prima volta dopo anni di ebook ho comprato un libro cartaceo, me lo sono fatta autografare e in 8 giorni l’ho letto.

È un romanzo perfetto per le vacanze: una storia d’amore ben scritta, con un ritmo leggero, una farcitura musicale notevole, personaggi credibili, illuminanti metafore sui rapporti umani, che a spiegarli son troppo difficili e allora si cercano similitudini che aiutino a comprenderli. Riesce addirittura a inserire Facebook e Whatsapp nella narrazione senza sembrare una bimbominchia e a descrivere una notte di sesso senza scadere nel bieco soft porn delle Cinquanta Sfumature.

A chi cerca una lettura disimpegnata ma non cretina, a chi ama i personaggi femminili alla Hanna Horvarth ma meno hipster e meno disperatamente ribelli, a chi ha bisogno di una catarsi dagli amori sbagliati lasciati alle spalle, io questo libro lo consiglierei.

Non vincerà lo Strega e non verrà ricordato tra cent’anni, ma è un libro carino e per nulla pretenzioso. Non è Fabio Volo, per capirci.

Ma.

Stella Pulpo, che è il suo vero nome, sa scrivere. Perché si è limitata a un romanzo da blogger?

Qui si tocca un tasto dolente per quanto mi riguarda. Ogni volta che qualcuno mi chiede “E tu un libro quando lo scrivi?”, a me si forma una piccola crepa nel cuore. Perché lo vorrei tanto, tantissimo, un romanzo con il mio nome in copertina e la foto da intellettuale sul retro. Dio, se lo vorrei. E lo farò, giuro. Ci proverò, almeno.

Ma non ora.

Perché per scrivere un romanzo, serve una storia. Non la propria storia. Che è ciò che distingue gli scrittoriblogger dagli scrittoriscrittori. Scrittori entrambi, ma in modo diverso.

I blogger scrivono per esplorare se stessi. I bravi blogger fanno diventare la loro vita una meravigliosa fonte di spunti narrativi, di riflessioni.
Ma spesso, quando fanno il salto e scrivono un romanzo, restano scrittoriblogger: c’è una traccia di sé così evidente nelle loro pagine, che non riesci a scollarli dai post che hai letto, anche se dichiarano che il romanzo non è autobiografico, che hanno preso solo qualche spunto dalla loro vita reale.

La protagonista di FUSQA è una pugliese trapiantata a Milano, che lavora in un’agenzia digital, che ha un ex fidanzato ingombrante da dimenticare, un migliore amico gay che vive lontano, molte amiche sposate o fidanzate che le propongono discutibili uomini single da frequentare.

Impossibile non riconoscerci l’autrice di Memorie Di Una Vagina.

Lo stesso che ho pensato con “La verità, vi spiego, sull’amore” di Enrica Tesio (autrice del blog Tiasmo) e con “Che ci importa del mondo” della Lucarelli.

Tutte donne che scrivono un gran bene, che han confezionato romanzi carini, leggibilissimi, che sì, consiglio per l’estate sotto l’ombrellone, ma che hanno fatto un salto a metà. Potevano diventare scrittriciscrittrici e si sono accontentate di essere scrittriciblogger.
Ma chi sono gli scrittoriscrittori, allora? Quelli che partono sì da se stessi, dalla loro vita, dai loro pensieri, dai loro trascorsi, dai loro sogni e dalle loro paure, ma li usano per creare storie altre. Fanno di sé una strumento di indagine del mondo, di altre vite, di altri pensieri, di altri trascorsi, di altri sogni, di altre paure.

Gli scrittoriscrittori vanno lontano e ti portano lontano.

È la differenza tra andare tutti gli anni in vacanza nello stesso posto, oppure prenotare un volo per una meta mai vista.

Io amo i blog, si sa. Li leggo, li sostengo, a volte scrivo mail agli autori (o meglio, alle autrici, dato che leggo solo donne) condivido con le amiche ciò che postano, ammiro la costanza con cui si dedicano al loro progetto e ai loro lettori.

Mi entusiasmo ogni volta che vedo pubblicato un loro romanzo.

Compro, leggo, sorrido. E mi rimane un po’ di amaro in bocca.

Ok, brava, tu un libro l’hai scritto. Brava, sì, magari un giorno anche io. Magari invece no, perché non è che tutti i sogni si realizzano. Perché io no?

Io aspetto una storia da raccontare, una che non sia io, che mi porti lontana da me, che porti gli altri lontani da me.

Una storia da scrittoriscrittori, non da scrittoriblogger.


Fotogenia

Ci sono quelli che vengono bene in fotografia e quelli che vengono male. E tutti hanno qualcosa di cui lamentarsi.

I primi hanno delle meravigliose foto su Facebook e Instagram, con pioggia di like, commenti e reaction annessa, ma sanno che quelle immagini non sono sincere. Che la vita vera è fuori dai social e che chiunque, incontrandoli, penserà che in foto sono meglio. Che te ne fai di decine di “che bella/o” tra le notifiche, se dal vivo non te lo dice nessuno?

I secondi si incazzano perché vedersi brutti, con lo sguardo da triglia, il doppio mento e il sorriso tirato, non è mai gratificante. Certo, gli amici ti rincuorano giurando che “dal vivo sei moooolto meglio”, ma come San Tommaso, loro vorrebbero una prova evidente, in quadricromia, della loro piacevolezza estetica, da ostentare come conviene su qualche profilo online.

Che siate fotogenici o meno, insoddisfatti per l’uno o per l’altro motivo, sappiate che nulla è per sempre. Che da un giorno all’altro potreste trovarvi dall’altra parte della barricata.

A me è successo.

Ho passato l’adolescenza con G. Eravamo belle, felici e incasinate come solo le adolescenti sanno essere. Eravamo belle entrambe, ma lei di più. Non che allora lo sapessi, di esser bella, ma se guardo le foto di allora, mi rendo conto che lo ero. Molto, ma lei di più. La mora e la bionda, occhi nocciola e occhi di ghiaccio, sempre insieme, due mesi all’anno sotto il sole, con i capelli al profumo di camomilla e al sapore di sale.

Abbiamo decine di foto di quelle estati in motorino, con il casco allacciato ancor prima che diventasse obbligatorio metterlo.

Foto in cui io venivo bene – benissimo – e lei oggettivamente di merda. Me l’ha sempre fatta pesare, la mia incredibile fotogenia, io ci ho sempre riso su, ma credo che in fondo siamo sempre state consapevoli che fosse giusto così: la sua bellezza sopra le righe, almeno nelle foto, lasciava spazio alla mia più discreta. Un patto di amicizia non voluto ed eccezionalmente onesto.

Poi è successo che ho smesso di essere spudoratamente fotogenica e ho iniziato a staggarmi dalle foto di gruppo in cui tutti sono carini e io ho l’occhio da triglia, il doppio mento e il sorriso tirato.

Ho smesso anche di passare le estati con G., perché abbiamo iniziato a essere felici e incasinate come solo le trentenni sanno essere.

Ieri eravamo insieme e mi ha fatto una foto. Non me ne sono accorta. E non sono venuta né bene né male. Sono venuta felice. Ero felice, dopo 15 anni, di passare un sabato d’estate con lei. Incastrato tra i nostri mille impegni e le routine quotidiane sempre più lontane.

Guardo la foto, mi sembra la più bella di sempre e non si tratta di fotogenia, ma di felicità. Quella cosa che non viene bene o male. Viene e basta.

La felicità sorride. Ha gli occhi luminosi. La pelle distesa. La testa inclinata. I fiori sospesi a mezz’aria.

Se succede

Ho una nipote di 10 anni. Non una vera nipote, dato che son figlia unica. Si chiama Lara ed è la figlia di mio cugino. È una cugina di secondo grado, ma data la differenza di età la chiamo nipote. Oppure amore. Lara è il mio amore. 

È una bambina che non ha fretta di diventare grande, che quando perde i denti da latte li lascia sul tavolo della cucina per il topino del dentino e va a letto emozionata, sapendo che il mattino dopo troverà qualche moneta. 

L’altro giorno sono andata a trovarla e sua madre mi ha mostrato lo scambio epistolare che intrattiene con il topino: lei, prima di andare a letto, gli lascia alcuni post it arancioni con delle domande, lui durante la notte le risponde con zampa tremolante. Lei il mattino si alza, legge tutto e porta a scuola le prove inconfutabili dell’esistenza del roditore magico. 

Inutile dire che crede anche a Babbo Natale. E alle sirene. 

Lara ha 10 anni, crede al topino del dentino, a Babbo Natale e alle sirene. 

E un po’ è bellissimo, che in quella testolina ci sia spazio per così tanta magia, ma un po’ mi spaventa, sapendo che l’anno prossimo andrà alle medie e la prenderanno in giro per questa sua meravigliosa innocenza.

Così sto cercando il modo di dirle la verità, ma che faccia il minor male possibile. 

Perché le verità, se sono brutte, fanno sempre male, ma se sono dette con delicatezza, alla fine sei contento di averle sapute. E diventano una piccola occasione di crescita. 

Quindi, parto dalla crescita.

Amore mio,
sei cresciuta. E non lo so perché ti vanno bene le scarpe di tua sorella maggiore o perché finalmente, dopo tre tentativi andati a vuoto, hai fatto i buchi alle orecchie. 

Lo so perché ragioni e ti esprimi come una piccola adulta. O un’adulta piccina. 

Ti ricordi quando abbiamo parlato della rabbia e ti ho chiesto di descrivermela? Mi hai detto che è un’emozione fortissima, che cresce qui – tra il cuore e la pancia – che cresce, cresce e poi esplode e non riesci a trattenerla e ti vien voglia di urlare.

Ecco, se hai capito che quella cosa lì, quando la senti, si chiama rabbia, vuol dire che sei cresciuta. 

Perché crescere è saper riconoscere e dare un nome alle emozioni che proviamo. 

E ora ti dirò una cosa che potrebbe farne nascere un’altra, di emozione. La tristezza. Se dovessi trovarle un’ubicazione nel corpo, io la la metterei qui, in gola. 

Tu sentila dove vuoi, ma impara a riconoscere anche quella, perché è importante come la rabbia e allo stesso modo ha bisogno di uscire. 

Babbo Natale non esiste. Nemmeno il topino del dentino. 

[Qui, la mia adorata Drama Queen probabilmente fingerà uno svenimento o un attacco cardiaco, ma io andrò avanti]. 

Sei arrabbiata? Sei triste? Sei più arrabbiata o più triste? Ti viene da urlare o da piangere? Fallo. 

[Quando si sarà calmata, ricomincerò]. 

Ecco, sappi che non ti abbiamo mentito per 10 anni per prenderti in giro: abbiamo voluto che tu coltivassi una cosa speciale, che è la capacità di credere nelle magie. 

Non quelle dei maghi, che son solo trucchi. 

[Se è la giornata della sincerità, dobbiamo esserlo fino in fondo]. 

Dico le magie della vita, quelle cose che accadono e non hanno una spiegazione vera e propria. Succedono. E lo fanno con una forza sconvolgente. Le magie hanno il potere di suscitare un’emozione che si chiama meraviglia, che non ha un posto preciso nel corpo, secondo me, ma lo fa stare bene tutto, come il più morbido degli abbracci. 

È quella che hai provato l’altra mattina, quando hai trovato 5 euro in moneta sul tavolo della cucina e le risposte del topino. Quando è entrato in casa? Come fa un topo a scrivere? Dove tiene i soldi con quelle zampe così piccine? 

Hai provato meraviglia perché hai rinunciato a rispondere alle domande che il cervello, quando si trova davanti a qualcosa di straordinario, si ostina a fare. Ti sei limitata ad essere felice e, se manterrai il tuo cuore bello come è ora, potrai continuare a farlo, anche senza Babbo Natale e senza topino. 

Perché di magie ne succedono anche ai grandi, te lo assicuro. 

Succede di avere una compagna di banco per 5 anni, perché siete le due bambine più alte della classe e per questo condannate a stare in fondo all’aula, di andare a casa sua a fare i compiti, di farci merenda, di crescere insieme tra domeniche all’oratorio e gite in mondtagna e poi di perderla di vista, di sentirla solo per il compleanno e per Natale. Succede, 15 anni dopo, di ricevere l’invito al suo matrimonio, accompagnato da un messaggio “Tieniti libera… altrimenti non mi sposo” e di piangere tutte le tue lacrime. Ecco, se succede una cosa del genere, tu meravigliati, perché è una piccola magia. Si chiama amicizia e non conosce luoghi, tempi, stili di vita. C’è e rimane per sempre. 

Succede di conoscere una persona e di non saperne fare a meno, anche se fino a pochi minuti prima di incontrarla non ne sentivi affatto il bisogno. Di averla sempre in testa, di leggere il suo oroscopo ogni domenica, di frequentare posti nella speranza di incontrarla, di mandare messaggi idioti, di metterci un’ora a scegliere quali scarpe mettere prima di uscire, di provare discorsi allo specchio per trovare una battuta brillante che possa colpirla. Ecco, se succede una cosa del genere, tu meravigliati, perché è una piccola magia. Si chiama innamoramento e rende stupido anche il più forte degli adulti. 

Succede di stare così bene con qualcuno da diventare una persona migliore, da essere disposto a rinunciare al tuo lato preferito del letto perché è anche il suo, da conoscere a memoria la piega che fanno i suoi occhi quando sorride, da finire le sue frasi, da sapere cosa pensa ancor prima che lo dica, da poter stare in silenzio senza imbarazzo, da sentirti a casa ovunque lui sia, da volerlo avere in casa ogni mattina per vederlo quando si sveglia con i capelli scompigliati e gli occhi pieni di sonno, perché il momento in cui ci si sveglia è uno dei pochi in cui non siamo né buoni, né cattivi (questa frase l’ho letta da qualche parte, non ricordo dove): siamo nulla, siamo tutto. E quel qualcuno è il tuo nulla e il tuo tutto. Ecco, se succede una cosa del genere, tu meravigliati, perché è una piccola magia. Si chiama amore e muove il mondo. 

Succede che ci siano persone che non hai scelto di mettere nella tua vita, ma ci sono e sai che non ne usciranno mai. Che non la pensano sempre come te, non si vestono come te, non hanno interessi simili ai tuoi, non mangiano come te, non viaggiano come te, non si comportano come te. Ma le ami di un amore infinito e viscerale. Ecco, se succede una cosa del genere, tu meravigliati, perché è una piccola magia. Si chiama famiglia e io non avevo idea della sua forza prima che nasceste tu e i tuoi fratelli, riempiendo la mia vita di un sentimento che non ha bisogno di logica, ma che semplicemente esiste. 

Al contrario di Babbo Natale. O del topino. Loro non esistono, ma la magia sì.
Poi, un giorno, parliamo anche delle sirene
.

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Di piedi, di voce e di

Oggi ho scoperto di non aver più i piedi prensili. Che ok, magari non è una di quelle cose che metti in curriculum, nella sezione Altro, ma sono utilissimi. 

Vuoi cambiare canale alla tv mentre stai mangiando un piatto di pasta sul divano e hai le mani impegnate? Prendi il telecomando col piede prensile.
C’è qualcosa sul pavimento di casa e non hai voglia d piegarti? Lo raccogli col piede prensile. 

Il piede prensile è salvifico per un pigro. E io sono pigra. 

Non è l’unica cosa che non so fare più: un’altra, quasi altrettanto grave, è cantare. Cioè, so come si fa, ma non ho più la voce. Prima c’era, giuro. Pulita, acuta. Due anni in un coro gospel nella sezione soprani, con tanto di casacca rossa con maniche a campana. Sapevo cantare.
Ora, la voce si incastra in gola, non esce. Appena la sforzo, scompare. 

Divento afona, come la Sirenetta dopo aver donato la voce a Ursula in cambio delle gambe. Solo che lei, almeno, ci aveva guadagnato un paio di gambe da paura. Io sono solo senza voce, e un po’ ci soffro, perché cantare mi piaceva parecchio. 

Dicono che ci siano cose che puoi non fare per anni, ma non dimentichi mai come si fanno. Andare in bici, ad esempio. O sciare. Di sciare non sono mai stata molto capace, ma in bici andavo fortissimo da piccina. Poi non ci sono andata per anni e quando ci ho riprovato, era vero: lo sapevo ancora fare. 

Perché ci sono cose che sai fare per sempre e altre che da un giorno all’altro non sai fare più? C’è una logica?

Forse. 

Ho pensato a tutto ciò che so fare e non fare. Non proprio tutto. Una serie di cose. Non ho preso in considerazione quelle che faccio tutti i giorni, tipo camminare. Anche se ci penso sempre, Immagina che casino se domani mi alzassi e mi fossi dimenticata come si cammina. 

Ho preso in considerazione le cose che sapevo fare bene, o almeno benino, e che per un certo periodo, di mesi o anni, non ho fatto più. Disegnare, ricamare, parlare francese, fare la maglia, nuotare. Ecco, quando ci ho riprovato ero un po’ impacciata, ma le sapevo ancora fare. Non bene come prima, ma sì, ne ero in grado. 

Mettiamo in una colonna i piedi prensili e il canto, nell’altra il disegno, il ricamo, il francese, la maglia e il nuoto. 

Cose che non so fare più. Cose che so fare ancora. Qual è la differenza?

Un minuto per pensarci da ora. Scroll to read the answer. 

Ecco, le prime sono doti naturali. Le seconde sono abilità acquisite. Le prime ci sei nato. Le seconde le hai imparate. Le prime puoi perderle, le seconde no. 

È come andare in biciletta: appena ti rimetti in sella, ti ricordi come si fa. 

E amare? È una dote o un’abilità? 

Se non riesci più a perdere la testa così tanto da fare quelle orrende cazzate che un tempo sapevi fare benissimo, se non sei più in grado di mettere il tuo equilibrio nelle mani di un altro diverso da te, se non sai più fidarti ciecamente della voce arrogante del tuo stomaco, cosa significa? Che hai perso una dote e te ne devi fare una ragione, oppure che sei solo arrugginita e con un po’ di pratica puoi tornare a farlo?

Ecco, a questo non so rispondere. Ma per la voce andrò da un foniatra. 

Kandinskij e l’amore

Sono andata a vedere la mostra di Kandinskij al Mudec. Vasilij Kandinskij. Si skrive kome lo pronunci ma kon una j alla fine. Facile.

Appuntamento alle 16.45 in via Tortona con le amiche. Ingresso prenotato per le 17. 2 euro di prevendita e 3 euro di servizi Ticketone che ti fanno un po’ girare i coglioni quando li spendi, ma che ti sembrano il miglior investimento al mondo quando ti fanno saltare due ore di fila. Ciao poveri.

Mostra mmmmm. Io Kandinskij non lo conoscevo un granché . Cioè, se mi metti davanti 10 quadri famosi e uno è suo, lo riconosco. Ma oltre a sapere che era russo e che è uno dei fondatori dell’astrattismo, avevo poche nozioni in merito.

E a me le mostre piacciono quando entri che sai poco ed esci che all’artista vuoi un po’ bene, che vorresti averlo conosciuto, averci bevuto un caffè per chiacchierare con lui di tutte le cose assurde che aveva in testa, delle sue inquietudini (perché gli artisti sono inquieti, dai), dei suoi sogni, delle sue teorie, del suo modo di vedere le cose diversamente da come le vedevano gli altri.

Con la mostra di Kandinskij non è successo nulla di tutto ciò.

L’allestimento si apre con una decina di grandi pannelli con sintesi della sua biografia all’ingresso. Ok. Grazie. Wikipedia ce l’ho sul cellulare. Davvero pensate che io dopo 5 minuti mi ricordi qualcosa, oltre al fatto che si è sposato la cugina? (Perchè “non c’è cosa più divina….”)

Ma entriamo, magari questo bigino biografico si rivelerà utile durante la visita, accenderà intuizioni, aiuterà a capire meglio.

La risposta è no.

Tre sale. Delle opere famose, quelle famose davvero per una che non ha fatto una tesi su Kandinskij, solo “Il cavaliere errante”. Ma non importa. So così poco che ogni quadro può dirmi qualcosa.

Cosa mi dice? Provo a capirlo leggendo i pannelli. Ci provo. Perché l’idea folle è di averli scritti in bianco su base grigia, piccini piccini, fitti fitti, e di averli posizionati nei punti meno accessibili del percorso. Negli angoli. Dietro alle colonne. In zone d’ombra. Il risultato è una folla di gente che si accalca, maledicendo di aver lasciato a casa gli occhiali da vista, sentendosi un po’ come in stazione Centrale, quando cancellano il tuo treno e provi ad arrivare di fronte al cartellone degli orari per capire quando riuscirai a partire, ma c’è così tanto casino che non vedi, e allora chiedi a gente a caso “Scusi mi sa dire a che ora parte il treno per dove devo andare?”

Ecco, scusate, qualcuno mi spiega come e perché Kandinskij è passato dal figurativo all’astratto? Sono venuta qui per questo.

Mi sento stupida. Guardo le composizioni astratte. Sono belle, ma non so cosa trovarci. Faccio il gioco che facevo da bambina con le nuvole. Cerco cose reali in forme astratte. Vedo una conchiglia, un piede, una donna pelosa, una cellula tumorale, una panella. Mi sembra strano che Kandinskij abbia voluto raffigurare una panella.

E poi li vedo: un gruppo di bambini tra i 3 e i 6 anni in visita guidata. Mi aggrego a loro. C’è un’insegnante con la salopette di jeans che spiega le opere. Spiegale anche a me, per favore.

– Qui Kandinskij dipinge l’invisibile. Sapete cos’è l’invisibile?
– È ciò che non si vedeeeee
– Bene. E mi sapete dire qualcosa che non si vede?
Silenzio.
– Pensate alla vostra mamma. Che sentimento provate?
– Amoreeeee
– Ora provate a sentirlo dentro di voi questo amore. In che parte del corpo è?
– NEI GLOBULI ROSSI.
– Bene, questo è quello che fa Kandinskij. Se vuole dipingere la mamma, non disegna la mamma, ma il sentimento che gli suscita, stando attento a trovarlo nel suo corpo, dove lo sente più forte.

Credo che avrei potuto imparare di più su Kandinskij. Ma questo amore che sta nei globuli rossi ha dato senso alla giornata. Perché è banale dire che sta nel cuore, l’amore. Perché è riduttivo cercarlo in un punto preciso. Se ne va in giro in tutto il corpo, irrorandolo di ossigeno, dandogli vita, mosso da cellule microscopiche che arrivano ovunque.

E se l’amore sta nei globuli rossi, Kandinskij dipingeva panelle. Da ieri vale tutto.

Ventidue giorni

Dopo 3 settimane di dieta dei 22 giorni torno alla vita. 22 giorni vegani, gluten&alcool free.

Alcune osservazioni, in ordine sparso.

Mangiare bene fa bene. Che sembra la scoperta dell’acqua calda, ma io non ci avevo mai provato così a lungo e con così tanta convinzione. Niente mal di pancia, niente sonnolenza dopo i pasti, niente notti insonni. Un fiore, sono stata un fiore.

Mangiare bene ha un prezzo non indifferente. Se mangi solo verdure, frutta, legumi e semi, vuoi che almeno siano buoni e sani. E allora via di negozi bio. Non ditemi che il bio non esiste o che è una fregatura. Sono una ragazza semplice: leggo “bio”, penso “sano”. In 3 settimane mi sono accorta che Milano ha un’offerta ricchissima e super variegata per chi ha intolleranze o segue stili di vita alimentari poco convenzionali. È stato meno facile per mia madre, quando le ho chiesto di comprarmi al supermercato una pizza vegana. Mi ha chiamato dopo 2 giorni di ricerca per annunciare che all’U2 di Magenta l’aveva trovata. Il suo tono di voce vittorioso era lo stesso di quando, anni fa, trovò un cappotto di Hugo Boss taglia 40 all’80% di sconto. Per chiarire: la dieta dei 22 giorni prevede per ben due pasti di mangiare pizza. Ma solo metà. Ma solo vegana. Ma che vita di merda.

Per mangiare bene bisogna cucinare bene. E qui incominciano i problemi. Non perché non sappia cucinare, ma perché odio cucinare, specialmente se solo per me. La dieta dei 22 giorni ha menù precisi per colazione, pranzo e cena (solo 3 pasti al giorno). Peccato che la maggior parte dei piatti preveda ore di preparazione e una dozzina di ingredienti a ricetta. Troppi. Così ho deciso di semplificare il tutto in una mia personalissima reinterpretazione. Ho sperimentato hamburger di lenticchie, hamburger di carciofi, hamburger di ceci, hamburger di fagioli rossi, hamburger di quinoa. In pratica sono diventata la Cracco degli hamburger vegani e ho scoperto che qualsiasi cibo sembra gourmet se lo metti in un mixer e gli dai la forma di una polpetta schiacciata.

Mangiare bene è pressoché incompatibile con una vita sociale. Una vita sociale divertente, dico. Ho provato, una volta in 22 giorni, a uscire a cena rispettando la dieta vegana senza glutine e senza alcol. Il risultato è stato che, mentre i miei amici ordinavano spring roll e si ingozzavano di ravioli cinesi, io bevevo tè verde. Tè verde. Non dico altro.

In utlimo,per mangiare bene e vegano bisogna studiare. Leggere le proprietà nutritive degli alimenti. Cercare calcio e ferro dove non pensavi ce ne fossero. Calcolare carboidrati, proteine e grassi. Un’attenzione che fa a cazzotti con il mio leggendario stile di vita alla cazzo di cane.

Però ce l’ho fatta. E se per 3 settimane sono stata senza carne, senza pesce, senza formaggio, senza focaccia, senza pane, senza una pizza che potesse essere definita pizza, senza prosecco, senza birra, senza spritz, VUOI CHE NON SAPPIA STARE UNA VITA SENZA DI TE?
(questa frase non è riferita a nessuno, ma ci stava proprio bene).

E ora la domanda fondamentale: Sei dimagrita? Sì.

Non abbiate paura a farmelo notare. Evitate di dirmi che sono sciupata. Ricordo che sono una donna affamata e potrei mangiarvi il cuore.

Alta infedeltà

Stasera è ricominciato Alta Infedeltà su Real Time. Che insieme ad Airport Security è una delle mie trasmissioni spazzatura preferite. Una sorte di esorcizzazione di paure recondite, quella di essere tradita e quella di essere fermata in aeroporto. Due cose tecnicamente impossibili, non avendo un fidanzato e non avendo mai viaggiato con sostanze illegali in valigia. Ma si sa, le paure sono illogiche e io ne ho a valanghe.

Alta Infedeltà è un altissimo esempio di metaracconto dall’anima trash. C’è infatti un primo livello di storytelling, in cui una voce guida ripercorre la relazione di due fidanzati/coniugi e la trasformazione del loro rapporto in una storia di. Pausa. Tono enfatico. Alta infedeltà.

Ad arricchire la narrazione, c’è la testimonianza diretta dei due fidanzati/coniugi e dell’amante di turno, seduti di fronte a un backdrop monocromatico. O meglio, di quelli che pretendono di essere i protagonisti, ma che sono evidentemente attori.

E qui si inserisce un altro livello di racconto, con ricostruzione in stile Ultimo Minuto (oh, gli anni ’90) della vicenda, interpretata da altri attori che somigliano un po’ ma non troppo agli attori che fingono di non esserlo.

Che poesia. Che architettura. Che bella serata mi aspetta.

Ma in tutto questo gioco di finzione dentro alla finzione, una non la sopporto: l’amante. Il soggetto che mina la stabilità della coppia, uomo donna che sia, è generalmente presentato come creatura diabolica, senza morale, mosso da meri irrefrenabili impulsi sessuali e pronto a tutto pur di prendersi ciò che vuole: un partner già impegnato. La sua preda.

Ora. Non che gli amanti siano una categoria degna del nobel per la pace. No.

Però tutti lo siamo stati almeno una volta, amanti. Non tutti? Ok, non tutti. Ma un’amica o un amico che è stato amante lo abbiamo avuto.

E allora sappiamo che non rispondono, non sempre, a questo identikit.

Ornella Vanoni cantava “che nei giorni di festa, come naufraghi, soli, naufraghi, aspettano una telefonata” (ascolta).

Ecco, io gli amanti li vedo così. Quelli che amano. Che aspettano. Che ci credono. Che stanno facendo la cosa sbagliata e lo sanno. Che baciano di nascosto, fanno l’amore di nascosto, mandano messaggi di nascosto, destinati a essere cancellati di nascosto da chi li riceve.

Mi fanno tenerezza, gli amanti. Quelli che amano, l’altro più di se stessi. Altrimenti lo capirebbero, che tutti ci meritiamo una storia bella, sana, alla luce del sole. Che sì, c’è sempre un’amica dell’amica che ce l’ha fatta, che dopo mesi di clandestinità ha visto il partner chiudere la sua relazione ufficiale e scegliere lei, solo lei. Ma si tratta di un personaggio mitologico, di cui si narra molto, ma che nessuno conosce di persona. E no, l’amore non ha bisogno di creature fantastiche. Ha bisogno di persone reali. E leali.

Di finte, ce ne sono abbastanza in Alta Infedeltà.